Pannello-azulejos-barrio-Triana-Siviglia

Siviglia, i suoi artigiani e la fiera del libro.

Fra il XVII e XVIII sec. la produzione di azulejos sivigliana subisce una decadenza. A dominare è il modello di Delft con figure e animali.

Maiolica-blu-stile-delft-siviglia-real-alcazar-
Decori di una panchina con maiolica in stile Delft. Real Alcázar. Siviglia.

La pittura in stile italiano ebbe però una seconda vita e si perfezionò nei secoli successivi. A inizio del XX sec. le fabbriche di Triana producevano una nuova ceramica smaltata e decorata su smalto cotto, utilizzando ossidi sciolti in trementina. Questa tecnica permise di realizzare pannelli giganteschi di alta qualità pittorica. Piazza di Spagna è l’esempio più strabiliante di azulejos del primo trentennio del Novecento.

Azulejos-Piazza-di-Spagna-Siviglia-
Azulejos. Piazza di Spagna. Siviglia.
Azulejos-Piazza-di-Spagna-Siviglia-
Azulejos. Piazza di Spagna. Siviglia.

Ma com’è oggi lo stato di questo settore a Siviglia? È questa la domanda che faccio a Josè Maria Campos, quando arrivo al centro storico della città, dove per quasi tutto il periodo di Maggio, il turista viene accolto da due bellissime iniziative: fiera dell’artigianato sivigliano e fiera del libro. Josè mi dice che il settore è  in buone condizioni. Non sentivo una dichiarazione del genere da almeno 15 anni! Il fatto è che gli artigiani sivigliani sono uniti in una federazione (F.A.S.) che funziona. Portano avanti diverse iniziative durante l’anno, sostenute dalla regione, dal comune e da loro stessi, al fine di promuovere il proprio lavoro. Lo stile che Siviglia sceglie per far conoscere le sue eccellenze è davvero di altissimo livello. L’impressione che ho è quella di vedere la miglior selezione delle maestranze sivigliane delle varie forme di artigianato e non la solita accozzaglia di chincaglierie anonime che si vedono in certe altre piazze. Quello che vedo sarebbe un bellissimo modello da esportare, che ne so, in Sicilia per esempio.

Hecho-En-Sevilla-IX-feria-de-artesanìa-
Hecho En Sevilla. IX fiera degli artigiani di Siviglia.
cartellonistica-Hecho-en-Sevilla-IX-fiera-degli-artigiani-sivigliani-
Cartellonistica per la Hecho en Sevilla. IX fiera degli artigiani sivigliani.

Le mie ore andaluse si concludono con un bel giretto intorno a Plaza Nueva, alla fiera del libro. Qui sono riunite tutte le librerie, comprese quelle universitarie, secondo lo stile e la tipologia di allestimento della fiera artigiana. Davvero gradevole l’effetto. Spulciando tra le bancarelle trovo un día perfecto (traduzione dell’originale Perfect di Danny Parker, illustrato da Freya Blackwood). A colpirmi di questo libro è il racconto di un’infanzia trascorsa all’aria aperta, piena di sorprese, nella sua semplicità. Niente messaggi pedagogici complessi e ricercati. Le illustrazioni sono un bellissimo esempio di come si possa coniugare il bel disegno all’editoria moderna.

Un día perfecto-Titolo-originale-'Perfect'-Danny-Parker-e-Freya-Blackwood-Siviglia-2017-
Un día perfecto. Titolo originale ‘Perfect’. Danny Parker e Freya Blackwood.
Un-día-perfecto-Titolo-originale-'Perfect'-Danny-Parker-e-Freya-Blackwood-Siviglia-2017-
Un día perfecto.Titolo originale ‘Perfect’. Danny Parker e Freya Blackwood.
Un-día-perfecto-Titolo-originale-'Perfect'-Danny-Parker-e-Freya-Blackwood-Siviglia-2017-
Un día perfecto. Titolo originale ‘Perfect’, Danny Parker e Freya Blackwood.

Un ultimo gelato vicino la statua di Clara Campoamor, che tanto fece per i diritti delle donne e la divulgazione della cultura tra le bambine. Poi è davvero ora di andare, mentre penso che è stato davvero una combinazione magica vedere unite le mie due passioni, ceramica e illustrazione, nelle piazze sivigliane: un bel viaggio, un viaggio perfetto.

Monumento-commemorativo-a-Clara-Campoamor-
Monumento commemorativo a Clara Campoamor.

 

Tutte le foto per questo articolo sono state scattate da me.

Ballerina-di-Siviglia-flamenco-

Siviglia e la nascita degli azulejos.

Azulejopiccola pietra lucidata e non ‘azzurra’ come si è portati a credere, devira dall’arabo az-zulaiŷÈ quel ‘azul’ che trae da sempre in inganno e il fatto che se ne siano prodotte tante in azzurro ha confuso ulteriormente le idee. Siviglia, fin dall’epoca romana,  ha avuto il suo maggior centro di produzione di ceramiche nel quartiere di Triana, situato sulla riva destra del fiume Guadalquivir. Andare a visitarlo è un obbligo per un ceramista e una sorpresa per il viaggiatore comune.

Centro-Ceramica-Triana-Siviglia.
Centro Ceramica Triana. Siviglia.

Al Centro Ceramica di Triana ripercorro la storia della città, della sua grande tradizione nella produzione delle ceramiche e in particolar modo della storia dell’azulejo.
Nelle tappe precedenti di questo viaggio ho parlato di tutte le tecniche di decorazione della ceramica andalusa qui, tralasciando le due più importanti, perché esse sono quelle che precedono la nascita dell’azulejo come lo conosciamo oggi.  Queste due tecniche sono la cuerda seca (corda secca) e la arista (o cuenca). La cuerda seca inizia nel periodo omayyade e si sviluppa pienamente in Andalusia nel X esc. I motivi decorativi in questa tecnica sono separati con una linea di manganese miscelata a grasso e olio di lino. Questa materia grassa impedisce la miscelazione degli smalti colorati durante la cottura. Sembra una tecnica molto complicata, perché utilizzarla così ampiamente? Perché, intanto non esisteva ancora la piastrella da rivestimento con la copertura in smalto come la intendiamo oggi, bisogna aspettare il Rinascimento Italiano per averla; in secondo luogo, la cuerda seca è molto più semplice della precedente tecnica dell’alicatados, che consisteva nella smaltatura di lunghe lastre di argilla che poi venivano tagliati a pezzetti per formare i bellissimi rivestimenti parietali dei palazzi reali.

Rivestimento-parietale-tipo-mosaico-Real-Alcázar-Siviglia-
Rivestimento parietale tipo mosaico eseguito in cuerda seca. Real Alcázar. Siviglia.

Quindi nei restauri di zoccoli e pavimenti dei vari palazzi di epoca musulmana- dall’Alhambra all’Alcázar di Siviglia- si preferì utilizzare la cuerda seca, anziché l’alicatados. Vedremo ora come alle geometrie e ai meandri dell’età araba, si aggiungeranno le evoluzioni floreali e figurative di matrice rinascimentale.

dettaglio-cuerda-seca-piazza-di-spagna-siviglia-
Lavorazione a cuerda seca. Dettaglio.

Agli inizi del XVI sec. la tecnica della cuerda seca viene sostituita con il metodo dell’ arista cuenca, che consiste nel produrre i decori con dei contorni ad alto rilievo ottenuti tramite degli stampi in legno che vengono impressi sull’argilla cruda. Le depressioni create dallo stampo, una volta riempite con smalto, accolgono la vernice, mentre i bordi a rilievo ne impediscono la miscelazione.

particolare-dettaglio-cuenca-arista-piazza-di-spagna-siviglia
Lavorazione a cuenca. Dettaglio.

L’arte e i metodi dei pittori di maiolica italiani raggiunsero Siviglia con l’arrivo di un certo Francisco Niculoso. Arrivò in Spagna prima del 1500. Quest’uomo, che si firmava ‘il pisano‘, certamente studiò a Faenza, perché il disegno in turchino scuro con i contorni neri che lui introdusse, era proprio di stile faentino. Le sue composizioni religiose erano tratte dai libri di preghiera e stampe di artisti italiani. Niculoso, in sostanza, ignorava i grandi zoccoli e i mosaici di ceramica che da secoli ornavano gli edifici andalusi. Ma dopo la sua morte (1529), i ceramisti di Siviglia tornarono alla tecnica della cuenca per diverso tempo, finché non vi fu un nuovo afflusso dei metodi italiani nella penisola iberica: questa volta gli sforzi dei maiolicari italo- fiamminghi di Anversa, si combinarono con gli immigrati di Genova Albisola per far rivivere un genere di decorazione simile a quello del Niculoso. Fu così che i ceramisti di Siviglia appresero l’impiego degli smalti colorati italiani e cominciarono a produrre i loro meravigliosi pannelli di azulejos. Oggi questi grandi arazzi maiolicati in stile italo-fiammingo possiamo vederli in molte stanze dell’Alcázar di Siviglia.

Maioliche-stile-italo-fiammingo-real-Alcázar- siviglia-
Pareti maiolicate in stile italo-fiammingo. Real Alcázar di Siviglia.

Nella prossima ed ultima tappa di questo viaggio vedremo l’evoluzione delle ceramiche sivigliane fino ai nostri giorni, chi sono i nuovi ceramisti e come si organizzano. E una sorpresa proveniente dalla Fiera del libro di Siviglia.

Per questo articolo il testo di rifermento è Ceramica nei secoli, Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori editore, 1970. Le foto sono state scattate da me.

L'Alhambra-Mirador-S.-Miguel-alto

Ore andaluse. Parte II.

Granada vuol dire principalmente Alhambra, nonostante la città ce la metta davvero tutta per offrire altre proposte e convincerti di prolungare il soggiorno. Ci si sente dei privilegiati nel poter vedere questa splendida città palazzo nella sua interezza, data l’esigua disponibilità dei biglietti per il tour completo. Consiglio di programmare la visita con molto, moltissimo anticipo. Descrivere questo luogo incantato quasi mi intimorisce. Penso che il commento migliore, in questo caso, possa essere solo musicale e perciò vi rimando all’ascolto della Lindaraja di  C. Debussy, che ne interpreta lo spirito nel migliore dei modi. Sebbene la cittadella rossa (Qalʿat al-ḥamrāʾ), non fu mai visitata dal compositore, il quale la conobbe, pare, dalle riviste illustrate del tempo, egli fu capace di descriverne le meraviglie.  Certe volte l’immaginazione compie viaggi più profondi. Per una descrizione generale, se non avete voglia di recuperare il disco, Wikipedia docet qui.

Puerta-del-vino-Alhambra-Claude-Debussy
Puerta del vino. Alhambra.

Per un’appassionata d’arte e ceramista Alhambra vuol dire anche “vaso” e non uno qualsiasi, ma il vaso che ha le ali. Si tratta di uno, dei circa dieci esemplari esistenti, tra i più spettacolari manufatti del periodo mudéjar, ovvero del momento in cui la tradizione ceramica musulmana si fonde con quella ispanica. Le protagoniste della decorazione dell’ ispano-moresco, alto più di un metro (134 cm per l’esattezza), sono due gazzelle finemente stilizzate, che si guardano accennando quasi un passo di danza. Ai bordi della pancia le anse a forma di ala lo completano. Purtroppo una delle ali è spezzata. Questa tipologia di vasi, eseguita con la tecnica del lustro, non ha pari in altre parti del modo musulmano e il loro utilizzo era solo a scopo ornamentale.  Questi giganti venivano forgiati in diverse sezioni separate che poi venivano unificate. Si procedeva dunque alla smaltatura e alla decorazione (in blu e oro in questo caso), con pennelli e piume d’oca, subendo ben tre cotture. Immaginate quanta difficoltà e pazienza nell’eseguire tutti questi passaggi alla perfezione e quanta capacità di accettare una possibile perdita.

 

Vaso-con-gazzelle-Alhambra-Granada-sec.XIV.-lustro.
Vaso con gazzelle, Alhambra, Granada, sec.XIV.

Nell’arte islamica i principi decorativi riguardano tutta la produzione artistica, indistintamente, dall’architettura agli oggetti di uso quotidiano. Si parla di differenziazione solo in termini di qualità esecutiva, ma tutto è governato da una stessa idea di base che è quella dell’unità (tawhid). Questa unità, espressa dal modulo geometrico (o calligrafico o vegetale), è ripetibile all’infinito.

meandri-nell'architettura-dell'Alhambra-Granada-
Esempio di meandri a rilievo nell’architettura dell’Alhambra di Granada.

Il meandro o arabesco è il segno di questo rinnovamento illimitato, formatosi dal fondersi dell’elemento calligrafico (incarnazione visiva della parola sacra), in quello vegetale. Le figure di animali che vediamo al centro del vaso dell’Alhambra, si inseriscono in questa visione di armonia incommensurabile della natura e il richiamo iconologico all’albero della vita e al giardino del profeta sembra evidente.

Giardini-Generalife-Alhambra- Granada-
Giardini del Generalife. Alhambra. Granada.

Non tutti sanno che in Sicilia esiste un parente stretto del vaso dell’Alhambra. Non si conosce la storia di come e da dove sia arrivato, ma pare che una volta stabilitosi sull’isola, il gigante siciliano avesse scelto come sua abitazione una chiesa di Mazara del Vallo (Tp). Oggi è esposto nel cortile di Palazzo Abatellis a Palermo. A differenza del cugino d’oltre mare, il palermitano d’adozione ha una decorazione fitomorfica, senza figure di animali. Inoltre, nonostante il vaso dell’ Abatellis sia più piccolo di diversi centimetri, il fatto che sia decorato in oro su fondo bianco- e il bianco, si sa, ingrassa – lo fa sembrare più grande. Ma questa è una mia suggestione, naturalmente, come è una mia personale fantasia il pensiero che avere tutte e due le ali intere possa contare qualcosa nella vita di un vaso e nei suoi spostamenti.

Vaso-tipo-Alhambra-Palermo-Palazzo-Abatellis-XII-XIV-sec-.
Vaso tipo Alhambra, Palermo, Palazzo Abatellis. XII- XIV sec.

 

Il riferimento bibliografico per questo articolo è Ceramica nei secoli, di Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori, 1970. Le foto presentate, sono mie, esclusa quella del vaso dell’Alhambra, che proviene da questo sito qui e quella del vaso Abatellis, che mi è stata inviata dalla mia amica Margherita che ringrazio tantissimo.

 

Jacaranda-mimosifolia-cattedrale-Malaga-andalusia

Ore andaluse. Parte I.

« …andare per la Spagna è, per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze, di “cristallizzazioni”. E bastano i nomi: di paesi, di strade. Che sembra sentirli risuonare, nella lontana eco del tempo, …» (Ore di Spagna, L. Sciascia, ed. Contrasto, 2016).  

Il benvenuto di Malaga è un’ esplosione di blu in pieno giorno. La jacaranda, l’albero glicine che decora i parchi e le strade della città, al massimo della sua fioritura, occupa come una regina lo spettro visibile che sta tra il ciano e il violetto. Comincio la visita di questa città dall ‘Alcazaba (al-Qasba), l’antica cittadella dentro le mura voluta dai re del sultanato di Granada. Il suo colore camoscio si arrampica sulla collina dolcemente, avvinghiandosi al Gibralfaro. Funzionalità (difensiva in questo caso), governata dalla bellezza : è uno dei fondamentali dell’arte islamica.
L’Alcazaba è un buon inizio per conoscere da vicino il significato che ha avuto per la città la produzione della ceramica tra il XIII e il XV sec., ovvero durante il periodo in cui i musulmani Nazarí (o Nasridi), regnarono indisturbati nell’antica al-Andalus prima della reconquista da parte dei re cattolici. Nelle stanze del loro palazzo all’interno della cittadella, vi è un percorso didattico museale. Lo scopo è quello di apprendere l’uso del tornio e delle altre tecniche di lavorazione della ceramica e allo stesso tempo avere una visione della dimensione formale e funzionale, di altissima qualità, che spesso la frammentazione e la conservazione dei resti archeologici non sempre permettono. Come le pagine di un libro illustrato le superfici di questi oggetti, diventano dunque veicoli di trasmissione della cultura del popolo andaluso. I motivi decorativi seguono quattro matrici: quella geometrica, quella vegetale, quella calligrafica e quella figurata (animali in prevalenza). Quest’ultima, essendo nell’Islam vietata la rappresentazione delle figure nei luoghi destinati al culto religioso, si riserva prevalentemente a oggetti di uso quotidiano.
Tutte le decorazioni vengono eseguite in stili differenti, accordandosi all’evoluzione delle  mode, alle conoscenze dei materiali nuovi e delle tecniche più raffinate. Vediamo quali sono.

Decorazione sgraffiata.

È quella dalle radici più lontane nel tempo. Viene eseguita dipingendo grandi bande di bruno manganese sul pezzo di argilla color paglierino essiccato, ma non ancora cotto, sopra le quali viene inciso il motivo decorativo. Dopo la cottura il contrasto tra il nero del manganese e il chiaro del cotto sottostante producono un bell’effetto decorativo.

Decorazione-ceramica- sgraffiata-museo- archeologico- Alcazaba-palazzo-Nazari-Malaga

Decorazione invetriata. 

In questo caso l’oggetto può essere o no inciso e coperto con uno strato di cristallina trasparente che durante la cottura, combinandosi con gli ossidi, per esempio di rame, può variare il suo colore.

Decorazione-invetriata-museo-archeologico-Malaga

Decorazione in verde e manganese.

È eseguita cercando il massimo contrasto cromatico tra il bruno manganese e il verde ramina che vengono utilizzati per tracciare il disegno sopra un rivestimento di ingobbio (barbottina, argilla liquida) chiaro. Il tutto viene poi rivestito con una cristallina trasparente. Il risultato è un oggetto bianco luccicante con motivi testa di moro e verde rame.

Decorazione-in-verde-manganese-museo-archeologico-Malaga

Il Lustro (ópera Malika).
È questa la produzione che rese Malaga celebre in tutto il Mediterraneo. “…apprezzata nel regno moresco di Granada, esportata in Sicilia, in Egitto (…), i lustri di Malaga furono importati in Inghilterra già nel 1303…” (Ceramica nei secoli, Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori, 1970). Monocromo o più di rado policromo sembra sia stata una tecnica prima usata nel vetro e poi traslata nella ceramica. Questa tecnica consiste nell’applicazione di ossidi metallici (per esempio rame per l’effetto oro e piombo per l’effetto argento), sul pezzo precedentemente già cotto e smaltato. Subendo una ulteriore cottura a temperatura più bassa gli ossidi si fondono creando colori iridescenti. L’uso del lustro permetteva di avere degli utensili d’oro e di argento senza trasgredire il precetto coranico che vietava l’ostentazione sfacciata della ricchezza.

Ciotola-lustro-elefante-fatimida-museo-archeologico-Alhambra-Granada.

Decorazione dipinta.

La decorazione viene sempre eseguita sul pezzo crudo. Spesso è un motivo geometrico eseguito con il manganese e può non essere vetrificata. Dopo la cottura la linea di manganese, essendo un ossido, avrà comunque un riflesso metallico contrastante con lo sfondo opaco del cotto.

Decorazione-dipinta-manganese-su-terracotta-non-invetriata

Decorazione sigillata.

Questa decorazione viene eseguita mentre il pezzo da decorare è ancora non completamente essiccato. I motivi decorativi vengono infatti impressi sulla superficie, utilizzando un cilindro di legno intarsiato.

Decorazione-sigillata-museo-archeologico-Malaga

Decorazione traforata.

Come nel precedente caso, il decoro viene eseguito ad una certa durezza dell’argilla (la famosa durezza cuoio), traforando con un punzone la superficie. Dalla combinazione degli spazi pieni e vuoti risulta un decoro che imita il merletto.

decorazione-traforata-museo-archeologico-Malaga-

A questo punto rimangono gli ultimi due stili di ceramica tipicamente andalusa, la mitica cuerda seca e l’arista. Ne parlerò in un altro momento, quando saranno le protagoniste in un’altra tappa del viaggio. È ora di vedere, invece, cosa fanno oggi gli eredi di questa grande tradizione artigiana. Lasciando la cittadella, costeggiando le mura, arrivo al teatro romano. Un’orda di ragazzini sembra incantata dai racconti di due attori in costume. Un bell’esempio da vedere di come si possa fare cultura divertendo i giovani spettatori.

Teatro-romano-Malaga

Di fronte la cattedrale, chiamata dai malaghegni La Manquita (monchetta)- per via del fatto che delle due torri campanarie previste ne fu terminata solo una- c’è una galleria  d’arte che si chiama Alfajar. C’è in mostra l’opera ceramica di Xavier Monsalvatje, un artista formatosi tra Valencia e Caldas de Rainha (Portogallo). Il suo progetto esposto in galleria si intitola Las ciudades discontinuas e comprende dei lavori su carta oltre che su ceramica. Le città di Xavier generano sull’uomo rapporti conflittuali, isolandolo progressivamente. Le sue composizioni mi ricordano in qualche modo Fernad Léger, anche lui tra le altre cose ceramista. Ma mentre in Léger la macchina viene esaltata come frutto del lavoro e dell’ingegno umano, nelle ceramiche di Xavier la macchina tormenta l’uomo e gli detta un nuovo deuteronomio laico, impartendo le leggi nella terra promessa tecnologica, costruita su stabilità precarie e solitudini.

Xavier-Monsalvatje-Las-Ciudades-discontinuas

F. Léger-I costruttori-1950-Xavier-Monsalvatje
F. Léger, I costruttori, 1950.

La galleria Alfajar ha una grande sala dedicata alla vendita di ceramiche artistiche.
Chiudo questa tappa andalusa con qualche immagine di queste nuove realtà malaghegne.

Bottiglie-piastrelle-verde-manganese-Alfajar-galleria-Malaga

Pesci-barchetta-su-onde-rosse-galleria-alfajar-Malaga

piastrelle-galleria-alfajar-malaga

Tex-Willer-Il-Totem-misterioso-comics-sketch-Corleone

Suggestioni. Tex Willer a Corleone.

Il West di Tex Willer, la Malesia di Sandokan, l’India coloniale cantata da Rudyard Kipling e il Pacifico attraversato da Corto Maltese, sono stati dei veri passaporti per l’avventura, quando era il fumetto che permetteva di viaggiare a costi bassissimi. Scenari appena accennati, come il profilo di uno sperone, venivano completati dall’immaginazione nell’era in cui la reperibilità di documenti visivi era ridotta. Nel gioco del viaggiare attraverso i fumetti, avventuroso di per sé, io ero bravissima; cosicché, la mia idea di Arizona, poteva essere molto simile ai rilievi dell’Alto Belice Corleonese.
Inutile dire che valeva anche il contrario: se andavi a Corleone vedevi Tex in cima a Rocca Soprana.

Rocca-Castello-Sottano-Corleone-Tex
Corleone. Rocca Sottana. In cima vi è un monastero francescano.

Quando arrivo a Corleone è mattina presto. L’aria marzolina esalta i contrasti e le ombre del paesaggio. Insieme a un piccolo gruppo di amici, attraversiamo il centro abitato, sonnecchiante, racchiuso tra le due magnifiche rocche.

Corleone-Rocca-Castello-Soprano-Torre-Saracena.
Corleone. Rocca Soprana. In cima vi è una torretta di avvistamento saracena.

Il paese è ormai alle nostre spalle quando intravediamo il costone di roccia al di là del quale vi è il nostro West siciliano. Speroni di roccia giallo-verde di calcarenite si aprono come un sipario sul Parco fluviale delle due Rocche.

Calcareniti-glauconitiche-mioceniche-Corleone-Tex Willer
Calcareniti mioceniche di Corleone
Calcareniti-mioceniche-glauconitiche-Corleone-Tex-Willer
Calcareniti mioceniche di Corleone
Cascata-delle-due-rocche-corleone-tex-willer-canyon
Cascata delle Due Rocche.

La forra del parco fluviale, si è formata grazie all’azione erosiva del torrente San Lorenzo (o torrente Corleone), affluente del fiume Belice. In questo periodo dell’anno la cascatella compie il suo maestoso balzo con una portata d’acqua sufficiente a interpretare  le gole selvagge del Rainbow Canyon.

Tex-Willer-Pista-Insanguinata-Corleone-Cascata-delle-due-Rocche.
Tex Willer. Pista Insanguinata. Collezione storica a colori.

Facciamo sosta all’ombra dell’antico acquedotto, proprio davanti alla cascata, per ammirarla meglio. Sul lato ovest della cascata, su due livelli, vi sono gli impianti di due antichi mulini. Si vedono tracce di restauri effettuati in passato e la conversione dei locali in area di ristoro, ormai nuovamente in abbandono. Peccato. Gli occhi ritornano un’ultima volta sulla cascata. Tex, intanto, si tuffa e scompare nello specchio d’acqua color smeraldo.

Antico-acquedotto-cascata-delle-due-rocche-Corleone.
Resti dell’antico acquedotto.

 

Rocca-Sottana-Sketch-inchiostro-pastello-Tex-Willer
Rocca Sottana Sketch.

 

Me and Gilles-Orso e bimba volano dentro una scatola-orso sui cieli di Londra-

L’invasione degli orsi di Londra.

Quando lavoro su una cosa, per quanto io me ne voglia poi allontanare, per un po’ lei mi segue, e finisco sempre per incontrarla ovunque. Se, per esempio, sto lavorando sugli orsi, allora vedrò orsi dappertutto. Perfino durante la vacanza della scorsa settimana, a Londra e a Oxford, ho visto orsi. Una vera e propria invasione di orsi londinesi visiva.
Il simbolismo dell’orso è un tema molto affascinante, vasto e ricco di contraddizioni, non potevo scrollarmelo di dosso facilmente. Simbolo duplice, nell’orso convivono gentilezza e ferocia, malvagità e amore per la prole, insieme ad altre innumerevoli dicotomie (1). Da queste coppie di opposti si generano fiumi di miti e leggende che riguardano praticamente tutti i popoli del pianeta. La traversata di questo mare sarebbe impossibile da riassumere qui, perciò sbircio solamente dentro la parentesi anglosassone, dove l’orso simboleggia la forza e quindi la classe guerriera. Lo stesso re Artù, d’altronde, conserva l’orso nel suo nome. Nell’etimologia greca del nome Arturo, àrktos vuol dire orso e Atkturòs significa proprio il custode dell’Orsa. Artù è l’emblema del monarca ideale sia in tempo di pace che in tempo di guerra (2). Il filo che lega l’orso a tutta la Gran Bretagna, sgarbugliato dalla complessa matassa di narrazioni, arriva ai nostri giorni, rivelandomi quanto gli inglesi amino molto questo animale. Il totem ursino sulla cura della prole è tutto nel Teddy Bear che gli inglesi regalano ai propri figli. Immagino altri totem presenti nella loro letteratura per l’infanzia, da Winnie the Pooh a Paddington e Ruppert, sono tantissimi. Camminando per le strade di Londra ora li vedo, saltati fuori dai libri, occupare le vetrine dei negozi. Travestiti da vigili urbani o da Beefeaters (nomignolo dei custodi della torre di Londra), si sono trasformati in portachiavi e altri discutibili souvenir. Ma al Victoria & Albert Museum ne scopro una coppia bellissima che gioca.  Erano venuti qui a Londra dal Giappone per rappresentare il loro paese all’esposizione anglo-giapponese del 1910 e sono rimasti lì. L’artigiano è stato un vero maestro nel tirarli fuori da un unico blocco di ferro.

Coppia di orsi che giocano- Muneyoshi- Yamada Chozaburo-1910-Victoria&AlbertMuseum.
Victoria & Albert Museum. Coppia di orsi che giocano. Muneyoshi, Yamada Chozaburo 1910.

Sapevo, prima di partire, che nei dintorni di Buckingham Palace avrei potuto vedere diverse gallerie d’arte molto interessanti, ma che al civico 22 di Bury Street ce ne fosse una che in questo periodo dedica un’intera mostra agli orsi non potevo saperlo. L’Illustration Cupboard è una galleria specializzata, dove si trovano molti “originali” di illustratori famosi e libri illustrati pregiati. L’ambiente è molto piccolo ma è visitabile gratuitamente e guardare da vicino un Sendak è una piccola gioia.

The Illustration Cupboard gallery.
The Illustration Cupboard gallery. 22 Bury St, London SW1Y 6AL.
L'Illustration Cupboard gallery. Interno.
L’Illustration Cupboard gallery. Interno.

Fino all’11 Marzo c’è una mostra celebrativa dell’orso nei libri per l’infanzia. Ci sono altri eventi interessanti in programma per tutto l’anno (informazioni qui).

David McKee. Illustrazione trattta da 'Elmer and the big bird.
David McKee. Illustrazione tratta da ‘Elmer and the big bird’.
Anthony Browne. Illustrazione tratta da 'Me and you'.
Anthony Browne. Illustrazione tratta da ‘Me and you’.
Anita Jeram. Illustrazione tratta da 'You're All My Favourites'.
Anita Jeram. Illustrazione tratta da ‘You’re All My Favourites’.
Maurice Sendak. Illustrazione tratta da 'Where The Wild Things Are'.
Maurice Sendak. Illustrazione tratta da ‘Where The Wild Things Are’.

Cerco di fare una gita fuori Londra quando è possibile. E poi devo sfuggire a tutta questa orda di orsi! Questa volta sono andata a Oxford. È stata una giornata memorabile, perché il bello del viaggiare, secondo me, oltre a cose e posti nuovi, sono le persone che incontri; sono loro a toglierti dal naso gli occhiali del turista. In questo tempo in cui non c’è più molto da scoprire, geograficamente parlando, e le città si assomigliano tutte un po’, le scoperte vere sono quelle umane. Ti regalano  la cartolina più bella e più autentica del luogo, in definitiva. Rivedo una carissima amica che mi fa conoscere alcune persone interessanti. Giriamo insieme la città. Facciamo una visita velocissima a una delle biblioteche più importanti e più antiche del mondo: la Bodleian Library. Nell’estensione di questa biblioteca, un nuovo palazzo che hanno chiamato Biblioteca Weston, ho potuto ammirare dei veri e propri tesori come il più antico frammento scritto del Fedone di Platone, l’Astronomicum Caesareum, il manoscritto originale della Metamorfosi di Kafka e un’antica edizione di Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll.

Lewis Carroll (Charles Dodgson), illustrato da John Tenniel. Through the looking glass (Attraverso lo specchio). (London: Macmillan, 1872). Weston Library (formerly the New Bodleian).
Lewis Carroll (Charles Dodgson), illustrato da John Tenniel. Through the looking glass (Attraverso lo specchio). (London: Macmillan, 1872). Weston Library (New Bodleian).

Poi proseguiamo la visita della città, finché non raggiungiamo l’immancabile tazza di tè con scones al Vaults & Garden Cafe (3). Intanto un sipario di luce rosata comincia a calare dal cielo di Oxford. La mia amica mi fa un regalo inaspettato prima di salutarci: una visita al  Pembroke College. Io non sapevo che Tolkien avesse avuto l’ufficio proprio qui! Insomma, lei me lo mostra e mi fa fare un bel giro per tutto il College.

Office- Tolkien- Pembroke College- Oxford
Cortile del Pembroke College. La freccia rossa indica la finestra dell’ufficio di Tolkien.
Pembroke College- Oxford- Tolkien
Altro cortile di Pembroke College.

Eh già! L’atmosfera è proprio quella lì, quella del maghetto famoso di un’altra storia fantasticaIntanto il rosa del cielo è svanito nel fitto buio delle strade di questa deliziosa città. È ora di tornare a Londra e poi a casa. Ma gli orsi? Che fine hanno fatto gli orsi? Beh, l’ultimo avvistamento è stato all’Ashmolean Museum, il più antico museo pubblico di Oxford e del mondo. Li abbiamo lasciati dentro al bosco incendiato di Piero di Cosimo, dove hanno rischiato, poverini,  una morte orribile. Fonti certissime però ci dicono che poi si siano salvati.

Piero di Cosimo-Incendio nella foresta- Ashmolean Museum- Oxford.
Piero di Cosimo (1462- 1522), L’incendio nella foresta. Ashmolean Museun di Oxford.
Trionfo della Morte, particolare del cavaliere dell'apocalisse.

Il Trionfo della Morte.

Andare a Palermo e far visita al Trionfo della Morte è come fare un viaggio nel tempo.
Tutte le volte si compie un prodigio. Si viene proprio trasportati direttamente al 1441, un anno prima che si unissero il regno di Napoli e di Sicilia. La Palermo di Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo (e tutta l’Isola grande), era catalana e molto vivace, forse più di adesso. Scalo obbligato per gli intensi traffici marittimi con Barcellona, la città aveva un importante ceto imprenditoriale costituito dalla borghesia catalana, alla quale Alfonso aveva affidato alte cariche politiche.

In questo regno isolano, dove sempre si sarebbe faticato a imporre un dominio, Alfonso V fu un re “illuminato” a suo modo, amante delle arti e delle lettere. Fece costruire la prima università dell’Isola a Catania e il primo ospedale pubblico a Palermo. Era proprio in questo ospedale, a Palazzo Sclàfani, che si trovava originariamente l’affresco del Trionfo della Morte. Palazzo Sclàfani, venne riconvertito in ospedale civico dallo stesso re Alfonso e affidato, in qualità di rettore, al monaco benedettino Fra’ Giuliano Majali, in segno di riconoscimento per i meriti acquisiti a corte. Teniamo conto che “ospedale” a quei tempi significava più  un riparo e un conforto prima della morte che luogo in cui si somministravano cure.

Nel cortile di Palazzo Sclàfani,  Alfonso fece affrescare una serie di dipinti, che facevano proprio da accompagnamento, da testo illustrato, del memento mori. Il ciclo doveva essere composto, oltre che dal Trionfo della Morte (o allegoria della peste), da un Giudizio Finale e dal Paradiso, quest’ultimo aggiunto  soltanto nel 1634 da Pietro Novelli.

Il Trionfo fu poi staccato dalla parete del cortile e, dopo un lunghissimo restauro, prese casa in maniera definitiva a Palazzo Abatellis.

Trionfo della morte
Trionfo della Morte

Ed eccolo qui il nostro dipinto in tutta la sua grandezza (600 x 642 cm). Al suo cospetto viene istintivo procedere in silenzio. La figura che fa da fulcro e calamita su di sé il primo sguardo è il cavaliere della morte. È senz’altro l’Apocalisse di Giovanni il testo di riferimento:

“E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che vi stava sopra aveva un arco (…). E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome Morte e l’Inferno lo seguiva (…) “.

Ma questo cavaliere ha anche una falce, rivolta verso il basso, strumento che non è  menzionato nel testo sacro. Come mai? Erano stati i Greci a rappresentare con una falce Crono (Saturno per i Latini), il dio del tempo.
Sono molte le immagini del mondo Greco lasciate in eredità alla Sicilia e che sopravvissute ai secoli hanno contribuito ad alimentare il profano commisto al sacro della tradizione cristiana dell’Isola.
Qui il tempo inesorabile (Crono) è identificato iconograficamente, in maniera definitiva, con la morte del testo sacro.

Particolare della testa del cavallo simile a quella di Guernica di Picasso

Dell’influenza che questo cavallo ha avuto su Guernica di Picasso, come non accorgersene? Ma su questo dico soltanto che Picasso, prima del 1937, anno in cui fu esposta Guernica al salone di Parigi, non fu mai in Sicilia, o almeno non ci sono dati certi.  Personalmente, credo che se Picasso fosse stato o no in Sicilia, o se abbia visto il Trionfo in  una rivista d’arte (come raccontava Guttuso), non modifica nulla della percezione del dipinto, della sua potenza e del suo mistero. Il Trionfo della Morte di Palermo ha bisogno di Picasso per dialogare con noi contemporanei o sorprenderci? Spesso gli studiosi si dilettano nel  tessere fili o ragnatele tra pittori e artisti in generale, di epoche diverse o contemporanei dell’opera, come se si volesse arrivare a un capolinea della descrizione, a qualcosa di definitivo.

Lo si è fatto anche  nei confronti del Trionfo, per sapere se c’erano le basi di un ponte catalano del tempo che arrivasse fino a Picasso e per rivelare l’identità del suo autore che a tutt’oggi è ignoto e di conseguenza anche la data precisa dell’opera. L’autore e l’aiutante sono però ritratti nel dipinto, li vediamo benissimo, sono gli unici attori della scena che guardano dritti verso di noi. Ma chi sono con esattezza? Qual è la loro identità? Sono state fatte molte ipotesi , da Antonello da Messina al Pisanello e tutta una schiera di pittori minori fiamminghi, catalani e borgognoni. Ma importa davvero, saperlo?

Particolare dei possibili autoritratti degli autori

Trovo più stimolante perdersi in questa foresta di simboli, invece. Chi sono tutte queste vittime? Chi è l’uomo che tiene a guinzaglio i cani? E l’uomo girato di spalle con un rapace sul braccio? Cosa fanno i musici e le tre donne che danzano in cerchio vicino alla fontana? Perché tutto è rappresentato in assenza di un’unica fonte di luce e senza spazio prospettico, eppure in maniera così realisticamente accurata?

Lo scenario in cui si svolge il Trionfo della Morte è quello di una fitta selva che insinua il suo rigoglioso fogliame dietro ogni figura. Sembrano tutti appesi su questo fondale come negli arazzi fiamminghi, in una tipica scena di caccia, con la particolarità che a condurre la caccia è un cavaliere scheletrico. L’infittirsi della vegetazione si configura come un separé orientale, impreziosito da raffinate miniature, oltre il quale un cielo cumuliforme si assicura che non passi raggio di luce. L’assenza di spazio in profondità e l’assenza di una fonte di luce unificante, sono due espressioni pittoriche dai moduli quasi espressionistici, che rendono unica questa rappresentazione. Si potrebbe pensare alla selva dantesca come riferimento letterario, ma Dante non fornisce una descrizione che tiene conto della tipologia fisica del luogo, si limita ad una serie di aggettivi (selvaggia, aspra, forte), e altre suggestioni. Non si escludono rimandi al testo petrarchesco del Triumphus Mortis  o l’influsso delle tematiche boccaccesche riguardanti quel vagheggiare la morte da una specie di hortus conclusus.

Lo stile pittorico poi non è unitario. A sinistra vi è il prevalere di un fare strettamente trecentesco, le ombreggiature sono molto dense e approssimative, le figure sono molto dure e dai visi geometrizzati. A destra, invece, vi è il prevalere di un fare più moderno, soprattutto nel passaggio dalle ombre alle zone di luce, che è più sapientemente condotto. Questi due schieramenti non si fronteggiano l’uno di fronte all’altro seguendo una linea, ma seguono una spirale. Il “buio” al centro della composizione, in corrispondenza del cavallo, compie la spirale che si evolve partendo da sinistra verso destra, dove i toni di luce si focalizzano a ridosso della fontana.

Il potenziale narrativo di quest’opera è grandissimo. È una sorta di ipertesto pittorico, una iper-pittura, che ha bisogno di più letture per essere avvicinata.  Ritengo però, che sia più corretto fare queste operazioni rispettando la sua enigmaticità. Niente autopsie dunque, ma soltanto il disvelamento di alcuni segni, per meglio comprenderla.  Nel tardo medioevo tutto il mondo delle idee appare attraverso il simbolismo, operando il trapasso nella realtà attraverso l’allegoria, nella quale il pensiero si tramuta in un’immagine.

Autoritratto dei due artisti del Trionfo della Morte

Ma perché questo macabro teatro di sofferenza in un ospedale? Quale causa di morte si nasconde dietro la simbologia del dardo? Queste frecce scagliate dal cavaliere scheletrico sono il simbolo del morbo pestifero.

Ora i ritratti dei due artisti appaiono travestiti da cerusico e aiutante del medico salassatore; la ciotola con i colori, il poggiamano e il pennello si sono trasformati in una ciotola d’aceto, in un bisturi per incidere i bubboni e in un pomo odorifero che distoglie i sensi  dal puzzo di putrefazione. Come in un flashback cinematografico la scena ricorda le epidemie di peste del 1422 e del 1437, scoppiate a Palermo. E’ un invito alla cura ospedaliera nella politica sanitaria del regno di Alfonso V, considerando che al tempo l’esercizio illecito della professione medica era ampiamente diffuso.

Ma la peste, nel suo significato allegorico, è  l’emblema della malattia che dipende da un difetto nell’assoggettamento del corpo all’anima. Rifuggire dall’epidemia voleva dire sottrarsi al castigo divino.

Figure dei prelati nel Trionfo della Morte

Nel Trionfo a soccombere sono figure di alto rango religioso e politico, i poveri e gli infermi che invocano la morte vengono ignorati crudelmente. Perciò è riflesso il rimprovero per i ricchi ed i potenti che volevano valersi, anche di fronte alla morte e a Dio, dei vantaggi sociali che li distinguevano dal resto degli uomini. Bisognava impressionare questi siciliani poco avvezzi alle mezze misure. In quasi tutti i personaggi colpiti dalle frecce non c’è alcun rimando all’idea di una realtà spirituale conseguente la loro fine. Essi sono come cristallizzati nella loro pesantezza, in un groviglio indistinguibile di corpi e panneggi dalle pieghe geometrizzate, quasi ricavate dalla pietra.

Guardiano con segugi nel Trionfo della Morte

Colui che tiene a guinzaglio i due cani dallo sguardo umano, intralcia il passo verso la fonte della vita eterna che è sulla destra. La figura del cane, come quella del lupo e dello sciacallo, è il simbolo dell’avidità, del desiderio, della collera e della sensualità; insomma, delle sensazioni e di quei sentimenti che sfuggono al controllo dello spirito e della ragione. In questo dipinto sono ritratti morenti coloro che hanno messo da parte la propria responsabilità pratica e l’impegno etico che la loro condizione storica richiedeva. Sembra che non ci sia salvezza e possibilità di liberazione dal peccato per loro. Tuttavia, si notano particolarità di toni che mostrano che non è così per tutti.  Spostando lo sguardo sulla destra del dipinto, l’atmosfera tetra sembra placarsi.

Giovane nobile morente

Nobildonna morente

Vediamo due giovani, un uomo e una donna colpiti anch’essi dalle frecce, ma nel loro volto l’espressione e il colorito sono diversi.  Prima il giovane è a terra sostenuto da una figura amica, poi visto di spalle, raggiunge la fontana. Anche la donna è confortata da mano amiche: sono le mani delle donne, una vestita di bianco e l’altra di verde, simboli della carità e della speranza, che la sostengono. Definire il soccorso della carità e della speranza chiamando in causa “l’amicizia” non è una scelta formale, ma un riferimento alla definizione di  “carità”, come “amicizia con Dio”, appresa da  S. Tommaso d’Aquino . Questa nozione viene assorbita anche da Dante Alighieri (Convivio. IV, XXV,1), il quale la estende alla “grazia” in generale, come “dote necessaria [… ] a bene intrare ne la porta de la gioventute, in quanto non è concepibile vita perfetta senza amicizia, e la grazia è generatrice di amicizia”.

La figura alle spalle della fanciulla soccorsa è essa stessa, ora erta in questa sequenza di “cinema” al rallentatore, con le mani aperte in segno di preghiera. Il colore rosso della sua veste è la “fede”. I nostri due giovani sono i probabili testimoni della salvezza trovata dopo una pena temporanea.

Particolare del Trionfo della morte con le figure del ''doppio''

Questa salvezza, sembra essere inquadrata nell’ottica di una concessione che implica un atto di ravvedimento in vita e un voler scegliere il vero Bene: così Dio dona la salvezza e la vita eterna, in cambio di un atto di fede. Questa reciprocità di benefici è riconoscibile nel Trionfo attraverso l’iconografia delle tre Grazie, disposte accanto al suonatore di liuto. La Grazia, pur essendo concessa da Dio non determina ipso facto la salvezza, poiché esige il concorso della volontà. Esemplari sono le parole di S. Tommaso quando dice che “la preparazione dell’uomo alla Grazia, ha Dio come movente, il libero arbitrio come movimento”.

Le tre Grazie nel Trionfo della Morte

Il suonatore di liuto, simbolo di armonia, oltre a confermare l’identità delle tre Grazie, ci fa tornare al motivo della liberazione e della purificazione avvenuta. Ci ricorda, come già lo stesso Aristotele aveva osservato, il cambiamento che avviene in alcuni uomini,  che nell’ascoltare certa musica (quella sacra nello specifico), mossi da forti emozioni, si trovano in una nuova condizione, risanati e purificati. Per il cristiano questa catarsi, che per l’uomo greco è procurata principalmente dai riti, tende a diventare interna e morale:  “nulla di ciò che penetra nell’uomo dal di fuori lo può rendere impuro […] perché di dentro, dal cuore degli uomini, escono i disegni perversi “. (Marco 7, 14-23).

Suonatore di liuto nel Trionfo della Morte

” Io effonderò su di voi un’acqua pura e voi sarete purificati da tutte le vostre immondezze” ( Ezechiele, 36, 25 ss.).

Fontana della salvezza

Ed eccoci giunti alla chiave di questo disegno escatologico: è la figura di spalle, appoggiata alla fontana, che tiene sul braccio il rapace. È S. Giovanni. Aquila o falco che sia, entrambi i tipi simbolici sono ascensionali e indicano “vittoria”, sia acquisita che in via di acquisizione.

Ma cosa può dire il Trionfo a noi uomini moderni e laici? Dentro questo testo pittorico impressionante c’è un sentiero misterioso nascosto, tutto da percorrere.
Gentilezza e amicizia sono i bagagli consigliati perché ci migliorano, ci rendono membri attivi e responsabili di un gruppo sociale e sottraggono un pizzico di crudeltà al morire, perché il morire fa parte della vita si sa, e “ora mentre parliamo, ora stesso passiamo”(S. Agostino).

Particolare delle mani che si congiungono

Tutte le immagini che accompagnano questo articolo sono tratte da Il “Trionfo della Morte” di Palermo, Palermo 1989, Sellerio editore.

Stockholm-Orso in monopattino-bimba e orso-bear

Viaggio in Svezia, nel mondo di Carl Larsson.

Nella mia infanzia, quando il mondo era grandissimo e le enciclopedie piccole, credevo che i paesi scandinavi fossero un’invenzione, che esistessero solo nei libri di storie vichinghe e sulla cartina del mio mappamondo abat jour.
L’attrazione per questi paesi nordici, nata dall’ignoranza creatrice di mondi fantastici, aumentò nell’adolescenza anche  grazie alla serie tv di Pippi Calzelunghe. Ho distinto solo da adulta il valore dell’opera letteraria della Lindgren, dal personaggio televisivo che aveva aggiunto una nota d’inquietudine e tristezza al mio immaginario: in Svezia esistevano bambine che vivevano senza genitori, andavano in giro su dei cavalli a pois e assomigliavano alla matta del paese.
Poi arrivarono gli anni della scuola, dell’università, tutti vissuti in Sicilia  e alcune geografie confuse cominciarono a riordinarsi. La Svezia comunque rimaneva una realtà distante, che si avvicinava quando sfogliavo un piccolo libricino del grande illustratore Carl Larsson o mettevo sul lettore Cd un disco dell’Esbjörn Svensson Trio, nonostante internet esistesse già e da qualche parte anche Ikea.
Era il 2000 e io cominciavo la mia vita di ceramista assieme a Giulia, facendo il sacro giuramento di non dipingere mai limoni e fichi d’india. Cercavamo di  fare una ceramica non troppo legata ai cliché territoriali. In mente avevo  (ho ancora), quei paesaggi eterei, le linee pulite e sicure del disegno da incisione giapponese e i cieli azzurro cobalto.

Lisbeth a pesca, 1900, Stoccolma, Nationalmuseum
Lisbeth a pesca, 1900, Stoccolma, Nationalmuseum

Invece, i fichi d’india cominciarono a crescere anche sul tetto del laboratorio, i limoni ci sommersero e sommersero pure il libricino di Carl Larsson. Me ne dimenticai per tanti anni, finché un giorno, mia sorella mi chiese di fare le piastrelle per la sua cucina.

Avrebbe voluto un paesaggio come quello che si vede dal ponte di casa Larsson, ci dovevano essere i fiori e però anche il glicine che lei ama tanto. Cercai disperatamente, senza trovarlo quel libricino e dovetti inventarmelo quel paesaggio.
Il libricino riapparve solo qualche anno fa e con lui la voglia di vedere, da vicino questa volta, il mondo di Larsson.
Comincio dunque a programmare il viaggio in Svezia, quando scopro che il Museo Nazionale di Stoccolma (nel quale vi sono custodite le opere monumentali e la maggior parte degli acquerelli di Larsson), è chiuso per lavori e lo sarà fino al 2017.
Non mi  demoralizzo però, perché Larsson è ovunque in Svezia, basta cercarlo!

Museo d'arte Prins Eugens Waldemarsudde. Karin och Brita 1893
Museo d’arte Prins Eugens Waldemarsudde. Karin och Brita 1893

Per vedere le decorazioni e i dipinti di Carl Larsson si può sempre andare al Royal Dramatic Theatre o al Museo del principe Eugenio, mi dico.

E intanto, sulla comoda sedia del mio studio, le opere del Museo Nazionale le guardo digitando qui il nome dell’artista e poi mi perdo dentro ai libri illustrati qui, dove
Larsson è in compagnia di altri grandi illustratori scandinavi come Jhon Bauer, Ivar Arosenius, Louis Moe, solo per citarne alcuni.
Quando arrivo a Stoccolma provo delle emozioni fortissime, la città è vivissima e in trasformazione, lo si capisce dalla moltitudine di cantieri sparsi nelle varie isole. Stoccolma esiste davvero!
Saltando in blocco tutte le attrazioni turistiche del genere parco di Pippi Calzelunghe a Vimmerby (proprio non mi sono mai innamorata di lei), museo Junibacken, Skansen e simili, mi godo gli angoli della città: il Millesgården con pochi turisti, altri parchi meno noti, l’eco-quartiere di Hammarby, i gasometri progettati da Ferdinand Boberg a Hjorthagen riconvertiti in quartieri culturali; i negozi di musica (dove distribuiscono gratuitamente la rivista Gaffa e Stockholm Jazz per chi vuole avere un’idea sulle novità musicali e i festival in città), qualche libreria e i tramonti sul Baltico.

Södermalm al tramonto
Södermalm al tramonto

 

Millesgården. Casa museo dello scultore Carl Milles. Isola di Lidingö, Stoccolma.
Millesgården. Casa museo dello scultore Carl Milles. Isola di Lidingö, Stoccolma.

Una settimana in Svezia è sufficiente per inserire una gita fuori Stoccolma e così decido di andare verso la provincia della Dalarna, la zona in cui è nato il Dala e dove c’è la casa della famiglia Larsson.

Ma cos’è un Dala?

Il Dala è un cavallo di legno, un giocattolo antico per i bambini svedesi dell’era pre-televisione e pre-smartphone. La sua storia è molto interessante e si pensa sia ispirato a Sleipnir, il cavallo di Odino, anche se a prima vista, i suoi decori, a me ricordano un pochino le sponde dei carretti siciliani. Ogni provincia della Svezia ha come simbolo un Dala di colore diverso, ma il più bello è quello rosso della Dalarna che è diventato anche simbolo della Svezia tutta, oltreché della provincia.

Dalahäst, cavallo dala.
Dalahäst, cavallo dala.

In Dalarna ci vado in treno e perciò arrivo di mattina prestissimo alla stazione centrale di Stoccolma. Mentre aspetto il mio treno, faccio amicizia con Aghele, un ragazzo libanese che mi offre, insieme al caffè, uno spaccato di realtà dell’emigrazione odierna. Mi racconta del suo viaggio, prima in Sicilia, a Catania, poi su nel resto d’Italia, fino ad arrivare a Stoccolma dove è riuscito a sistemarsi.

Finito il caffè ci separiamo e io salgo sul treno con la consapevolezza che quando si viaggia, si imparano delle cose importanti, che nessuna guida turistica può offrirti e nessun giornale.
Il treno, dalla stazione centrale di Stoccolma, mi porta a Falun, capoluogo della Dalarna, conosciuta per le miniere di rame e per aver dato i natali a Linneo figlio, naturalista e botanico anche lui come il padre. Sono tre ore di treno magnifiche, grazie alle quali posso finalmente vedere tutti i paesaggi immaginati. Cicogne bianche e aironi rossi attraversano i campi, isolette minime con boschetto privato, con al centro la tipica casetta rossa, che da lontano sembra di carta. Abeti e betulle fino all’orizzonte.

Dal treno, sulla strada verso Sundborn.
Dal treno, sulla strada verso Sundborn.

Arrivata a Falun avrei dovuto prendere un autobus che mi avrebbe portata a Sundborn, alla fattoria dove ha vissuto l’illustratore che ho tanto amato.

Invece, scopro che la stazione di Falun è deserta e l’autobus non c’è!
La corsa che avevo scelto, quella utile per assistere alla visita guidata di casa Larsson è saltata. Non mi perdo d’animo e pazienza se non vedrò la casetta. Ho tutto il resto da vedere. Ma mentre penso a questo, dal nulla appare un signore molto gentile nei modi, al quale chiedo aiuto. Non credo alle mie orecchie, si offre di accompagnarmi in macchina fino a casa Larsson!
Non è mia abitudine accettare passaggi in macchina dagli sconosciuti, ma non so il motivo, io mi  fido e lo seguo. Durante il tragitto, scambiando qualche parola in un inglese stentato (ma che mi ha salvato la gita), Dan mi spiega che lui è un autista dei pulmann e che  il mio autobus era stato soppresso; che lui era in pausa, ma che mi accompagnava volentieri, perché lui conosceva un percorso più corto e non gli dispiaceva aiutarmi.
Non mi chiede soldi naturalmente. Il resto sono tutte domande sull’Italia e la Sicilia che lui quasi non sa dov’è esattamente. Penso di averlo incuriosito parecchio.
Arrivata finalmente a Sundborn, Dan mi spiega cosa devo fare per ritornare a Falun (e quindi a Stoccolma), poi scompare con la macchina dietro al bosco.

Il fiume Sundborn e Lilla Hyttnäs in lontananza
Il fiume Sundborn e Lilla Hyttnäs in lontananza

È tutto un incanto e comincio a capire cosa ha voluto fare realmente Carl Larsson e chi era soprattutto.

Devo precisare che di solito rifuggo dai luoghi di culto dell’arte, se trasformati in turistifici.
Non è questo il caso. I servizi per i turisti sono essenziali e discreti. Si può visitare la casa comprando e prenotando (le due cose sono indistinte), una visita guidata al sito Carl Larsson-gården, oppure girare semplicemente il posto che è bellissimo.
Carl Larsson è il pittore e l’illustratore più importante della Svezia. Nasce nel 1853 a Stoccolma e vive un’infanzia di stenti e di fame. Carl però è speciale e il suo talento lo salva. Riesce ad entrare al corso di arte all’Accademia Nazionale (oggi museo Nazionale di Stoccolma), e perfino  compiere i viaggi di formazione a Parigi e in Italia come era in uso a fine Ottocento. Proprio a Parigi incotra Karin Bergöö, anche lei pittrice e figlia di un imprenditore svedese ricchissimo. I due si sposano e chiedono al padre di avere come regalo di nozze, la proprietà di Sundborn, che comprendeva agli inizi una casetta di legno quasi capanna e il terreno intorno. Insomma, rinunciano alla casa prevista a Stoccolma e alla frequentazione stretta con l’élite dell’epoca che annoverava, oltre al principe Eugenio, persone importanti come il drammaturgo August Strindberg. Mi innamoro di Karin all’istante!
Inizia così la seconda vita di Larsson. Una vita di ricerca di un equilibrio perfetto tra natura e uomo, riprodotto nei suoi acquerelli.
Sulla sua vita ci sono fiumi di informazioni, disperse nella grande rete di internet, perciò non mi dilungherò oltre. C’è anche un rarissimo video girato durante una alluvione, in cui si vede Carl dipingere en plein air e arrivare davanti l’uscio di casa in barca. Lo trovate qui.

La famiglia Larsson

 

Lilla Hyttnäs com'è oggi
Lilla Hyttnäs com’è oggi

Dell’interno della casa non ho fatto neanche una foto perché non si può, ma se proprio non si resiste alla curiosità, si può vedere dal sito del giardino che ho postato sopra.
Gli spazi luminosi delle stanze, che si vedono nei suoi acquerelli, in realtà sono molto piccoli e raccolti. Tutto è decorato nei minimi dettagli. Alla moglie Karin (che smette di dipingere dopo il matrimonio), si devono tutti i disegni, le realizzazioni delle stoffe che decorano gli ambienti e anche pezzi d’arredamento e mobili. Nella fattoria autarchica dei Larsson, nasce lo stile svedese e la convivenza perfetta tra arti libere e applicate.
Mentre Johanna ci guida all’interno della casa, comincia a formarsi in me il pensiero che Karin sia stata una persona valida artisticamente almeno quanto il marito. Sarà una mia impressione, ma la volontà e la forza di questa donna si percepiscono chiaramente dentro la casa. Credo però che Carl guardasse la moglie ( sul piano artistico), come un esserino speciale, che contribuiva a vivacizzare l’ambiente con le sue decorazioni e niente di più; infatti, pensava che alcuni dei suoi disegni per le stoffe fossero bizzarri per i tempi.
D’altra parte è noto che, in diverse occasioni, Carl si sia espresso in generale con disprezzo sugli artisti di sesso femminile, sbagliandosi naturalmente. Non dimentichiamo che è pur sempre un uomo dell’Ottocento.
La guida turistica, Johanna, sembra convenire con me.
I  ritratti dei figli ( ne ha avuti 7), oltre ad essere i protagonisti di molti acquerelli, decorano le porte di accesso alle varie stanzette della casa che col passare degli anni, sembra sia cresciuta di dimensione tenendo il passo della famiglia: la capanna iniziale si è trasformata in una particolare villa di campagna.

Colazione sotto la grande betulla. Carl Larsson

 

La grande betulla di casa Larsson oggi
La grande betulla di casa Larsson oggi

Non ho avuto modo di verificare, ma penso che se durante gli anni di formazione che Larsson trascorse a Parigi, alla colonia degli artisti svedesi a Grez, avesse  avuto più successo, le cose sarebbero andate diversamente. Invece, lui quasi scappa dalla Parigi impressionista, la considera una città corrotta, dedita ai vizi e alle frivolezze. Mi sembra quasi di vederlo, arrabbiatissimo con tutti quei pittori che pensano di fare arte picchiettando il colore sulla tela. I suoi modelli sono i pittori del Rinascimento italiano, i grandi paesaggisti francesi del passato e la linea nitida delle incisioni giapponesi. Nel suo studio, quello più piccolo, Larsson decora il bordo del soffitto con tutto un susseguirsi di piccoli quadretti con riproduzioni di Michelangelo e Raffaello, paesaggi classici italiani e francesi, qualche incisione giapponese. Mi vengono in mente i paesaggi degli altri impressionisti coevi. Quale abisso separa lui da uno come Van Gogh (nascono nello stesso anno), per esempio? Forse nessuno. Il tormento ha diversi registri. L’ideale pulito e bucolico di Larsson nasce forse da una sconfitta, la stessa che in Van Gogh diede vita ai campi di grano con i corvi. Penso questo, perché quello che vedo è una risposta fortissima a qualcosa che è penetrato in profondità. È la meticolosa costruzione di un mondo intero, che afferma e difende un’idea di rappresentazione precisa.

Ritorno a Stoccolma con la sensazione di aver ricevuto una bella lezione sulla tenacia e la forza delle proprie idee.
Ripenso alla cucina di mia sorella, a quel paesaggio inventato. Chissà, forse a Larsson sarebbe piaciuto. Sorrido.

Adriana Pecoraro, 2007. Paesaggio in maioliche con glicine.
Adriana Pecoraro, 2007. Paesaggio in maioliche con glicine.

 

Adriana Pecoraro, 2007. Paesaggio in maioliche con glicine.
Adriana Pecoraro, 2007. Paesaggio in maioliche con glicine.

 

Tutte le foto presenti in questo articolo e l’illustrazione di apertura, sono state fatte da Adriana Pecoraro.
Il testo di riferimento per tutte le illustrazioni, le foto d’epoca e la biografia di Carl Larsson invece è: Renate Puvogel, 1999. Carl Larsson, ed. Taschen.