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Siviglia, i suoi artigiani e la fiera del libro.

Fra il XVII e XVIII sec. la produzione di azulejos sivigliana subisce una decadenza. A dominare è il modello di Delft con figure e animali.

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Decori di una panchina con maiolica in stile Delft. Real Alcázar. Siviglia.

La pittura in stile italiano ebbe però una seconda vita e si perfezionò nei secoli successivi. A inizio del XX sec. le fabbriche di Triana producevano una nuova ceramica smaltata e decorata su smalto cotto, utilizzando ossidi sciolti in trementina. Questa tecnica permise di realizzare pannelli giganteschi di alta qualità pittorica. Piazza di Spagna è l’esempio più strabiliante di azulejos del primo trentennio del Novecento.

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Azulejos. Piazza di Spagna. Siviglia.
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Azulejos. Piazza di Spagna. Siviglia.

Ma com’è oggi lo stato di questo settore a Siviglia? È questa la domanda che faccio a Josè Maria Campos, quando arrivo al centro storico della città, dove per quasi tutto il periodo di Maggio, il turista viene accolto da due bellissime iniziative: fiera dell’artigianato sivigliano e fiera del libro. Josè mi dice che il settore è  in buone condizioni. Non sentivo una dichiarazione del genere da almeno 15 anni! Il fatto è che gli artigiani sivigliani sono uniti in una federazione (F.A.S.) che funziona. Portano avanti diverse iniziative durante l’anno, sostenute dalla regione, dal comune e da loro stessi, al fine di promuovere il proprio lavoro. Lo stile che Siviglia sceglie per far conoscere le sue eccellenze è davvero di altissimo livello. L’impressione che ho è quella di vedere la miglior selezione delle maestranze sivigliane delle varie forme di artigianato e non la solita accozzaglia di chincaglierie anonime che si vedono in certe altre piazze. Quello che vedo sarebbe un bellissimo modello da esportare, che ne so, in Sicilia per esempio.

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Hecho En Sevilla. IX fiera degli artigiani di Siviglia.
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Cartellonistica per la Hecho en Sevilla. IX fiera degli artigiani sivigliani.

Le mie ore andaluse si concludono con un bel giretto intorno a Plaza Nueva, alla fiera del libro. Qui sono riunite tutte le librerie, comprese quelle universitarie, secondo lo stile e la tipologia di allestimento della fiera artigiana. Davvero gradevole l’effetto. Spulciando tra le bancarelle trovo un día perfecto (traduzione dell’originale Perfect di Danny Parker, illustrato da Freya Blackwood). A colpirmi di questo libro è il racconto di un’infanzia trascorsa all’aria aperta, piena di sorprese, nella sua semplicità. Niente messaggi pedagogici complessi e ricercati. Le illustrazioni sono un bellissimo esempio di come si possa coniugare il bel disegno all’editoria moderna.

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Un día perfecto. Titolo originale ‘Perfect’. Danny Parker e Freya Blackwood.
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Un día perfecto.Titolo originale ‘Perfect’. Danny Parker e Freya Blackwood.
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Un día perfecto. Titolo originale ‘Perfect’, Danny Parker e Freya Blackwood.

Un ultimo gelato vicino la statua di Clara Campoamor, che tanto fece per i diritti delle donne e la divulgazione della cultura tra le bambine. Poi è davvero ora di andare, mentre penso che è stato davvero una combinazione magica vedere unite le mie due passioni, ceramica e illustrazione, nelle piazze sivigliane: un bel viaggio, un viaggio perfetto.

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Monumento commemorativo a Clara Campoamor.

 

Tutte le foto per questo articolo sono state scattate da me.

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Siviglia e la nascita degli azulejos.

Azulejopiccola pietra lucidata e non ‘azzurra’ come si è portati a credere, devira dall’arabo az-zulaiŷÈ quel ‘azul’ che trae da sempre in inganno e il fatto che se ne siano prodotte tante in azzurro ha confuso ulteriormente le idee. Siviglia, fin dall’epoca romana,  ha avuto il suo maggior centro di produzione di ceramiche nel quartiere di Triana, situato sulla riva destra del fiume Guadalquivir. Andare a visitarlo è un obbligo per un ceramista e una sorpresa per il viaggiatore comune.

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Centro Ceramica Triana. Siviglia.

Al Centro Ceramica di Triana ripercorro la storia della città, della sua grande tradizione nella produzione delle ceramiche e in particolar modo della storia dell’azulejo.
Nelle tappe precedenti di questo viaggio ho parlato di tutte le tecniche di decorazione della ceramica andalusa qui, tralasciando le due più importanti, perché esse sono quelle che precedono la nascita dell’azulejo come lo conosciamo oggi.  Queste due tecniche sono la cuerda seca (corda secca) e la arista (o cuenca). La cuerda seca inizia nel periodo omayyade e si sviluppa pienamente in Andalusia nel X esc. I motivi decorativi in questa tecnica sono separati con una linea di manganese miscelata a grasso e olio di lino. Questa materia grassa impedisce la miscelazione degli smalti colorati durante la cottura. Sembra una tecnica molto complicata, perché utilizzarla così ampiamente? Perché, intanto non esisteva ancora la piastrella da rivestimento con la copertura in smalto come la intendiamo oggi, bisogna aspettare il Rinascimento Italiano per averla; in secondo luogo, la cuerda seca è molto più semplice della precedente tecnica dell’alicatados, che consisteva nella smaltatura di lunghe lastre di argilla che poi venivano tagliati a pezzetti per formare i bellissimi rivestimenti parietali dei palazzi reali.

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Rivestimento parietale tipo mosaico eseguito in cuerda seca. Real Alcázar. Siviglia.

Quindi nei restauri di zoccoli e pavimenti dei vari palazzi di epoca musulmana- dall’Alhambra all’Alcázar di Siviglia- si preferì utilizzare la cuerda seca, anziché l’alicatados. Vedremo ora come alle geometrie e ai meandri dell’età araba, si aggiungeranno le evoluzioni floreali e figurative di matrice rinascimentale.

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Lavorazione a cuerda seca. Dettaglio.

Agli inizi del XVI sec. la tecnica della cuerda seca viene sostituita con il metodo dell’ arista cuenca, che consiste nel produrre i decori con dei contorni ad alto rilievo ottenuti tramite degli stampi in legno che vengono impressi sull’argilla cruda. Le depressioni create dallo stampo, una volta riempite con smalto, accolgono la vernice, mentre i bordi a rilievo ne impediscono la miscelazione.

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Lavorazione a cuenca. Dettaglio.

L’arte e i metodi dei pittori di maiolica italiani raggiunsero Siviglia con l’arrivo di un certo Francisco Niculoso. Arrivò in Spagna prima del 1500. Quest’uomo, che si firmava ‘il pisano‘, certamente studiò a Faenza, perché il disegno in turchino scuro con i contorni neri che lui introdusse, era proprio di stile faentino. Le sue composizioni religiose erano tratte dai libri di preghiera e stampe di artisti italiani. Niculoso, in sostanza, ignorava i grandi zoccoli e i mosaici di ceramica che da secoli ornavano gli edifici andalusi. Ma dopo la sua morte (1529), i ceramisti di Siviglia tornarono alla tecnica della cuenca per diverso tempo, finché non vi fu un nuovo afflusso dei metodi italiani nella penisola iberica: questa volta gli sforzi dei maiolicari italo- fiamminghi di Anversa, si combinarono con gli immigrati di Genova Albisola per far rivivere un genere di decorazione simile a quello del Niculoso. Fu così che i ceramisti di Siviglia appresero l’impiego degli smalti colorati italiani e cominciarono a produrre i loro meravigliosi pannelli di azulejos. Oggi questi grandi arazzi maiolicati in stile italo-fiammingo possiamo vederli in molte stanze dell’Alcázar di Siviglia.

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Pareti maiolicate in stile italo-fiammingo. Real Alcázar di Siviglia.

Nella prossima ed ultima tappa di questo viaggio vedremo l’evoluzione delle ceramiche sivigliane fino ai nostri giorni, chi sono i nuovi ceramisti e come si organizzano. E una sorpresa proveniente dalla Fiera del libro di Siviglia.

Per questo articolo il testo di rifermento è Ceramica nei secoli, Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori editore, 1970. Le foto sono state scattate da me.

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Ore andaluse. Parte II.

Granada vuol dire principalmente Alhambra, nonostante la città ce la metta davvero tutta per offrire altre proposte e convincerti di prolungare il soggiorno. Ci si sente dei privilegiati nel poter vedere questa splendida città palazzo nella sua interezza, data l’esigua disponibilità dei biglietti per il tour completo. Consiglio di programmare la visita con molto, moltissimo anticipo. Descrivere questo luogo incantato quasi mi intimorisce. Penso che il commento migliore, in questo caso, possa essere solo musicale e perciò vi rimando all’ascolto della Lindaraja di  C. Debussy, che ne interpreta lo spirito nel migliore dei modi. Sebbene la cittadella rossa (Qalʿat al-ḥamrāʾ), non fu mai visitata dal compositore, il quale la conobbe, pare, dalle riviste illustrate del tempo, egli fu capace di descriverne le meraviglie.  Certe volte l’immaginazione compie viaggi più profondi. Per una descrizione generale, se non avete voglia di recuperare il disco, Wikipedia docet qui.

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Puerta del vino. Alhambra.

Per un’appassionata d’arte e ceramista Alhambra vuol dire anche “vaso” e non uno qualsiasi, ma il vaso che ha le ali. Si tratta di uno, dei circa dieci esemplari esistenti, tra i più spettacolari manufatti del periodo mudéjar, ovvero del momento in cui la tradizione ceramica musulmana si fonde con quella ispanica. Le protagoniste della decorazione dell’ ispano-moresco, alto più di un metro (134 cm per l’esattezza), sono due gazzelle finemente stilizzate, che si guardano accennando quasi un passo di danza. Ai bordi della pancia le anse a forma di ala lo completano. Purtroppo una delle ali è spezzata. Questa tipologia di vasi, eseguita con la tecnica del lustro, non ha pari in altre parti del modo musulmano e il loro utilizzo era solo a scopo ornamentale.  Questi giganti venivano forgiati in diverse sezioni separate che poi venivano unificate. Si procedeva dunque alla smaltatura e alla decorazione (in blu e oro in questo caso), con pennelli e piume d’oca, subendo ben tre cotture. Immaginate quanta difficoltà e pazienza nell’eseguire tutti questi passaggi alla perfezione e quanta capacità di accettare una possibile perdita.

 

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Vaso con gazzelle, Alhambra, Granada, sec.XIV.

Nell’arte islamica i principi decorativi riguardano tutta la produzione artistica, indistintamente, dall’architettura agli oggetti di uso quotidiano. Si parla di differenziazione solo in termini di qualità esecutiva, ma tutto è governato da una stessa idea di base che è quella dell’unità (tawhid). Questa unità, espressa dal modulo geometrico (o calligrafico o vegetale), è ripetibile all’infinito.

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Esempio di meandri a rilievo nell’architettura dell’Alhambra di Granada.

Il meandro o arabesco è il segno di questo rinnovamento illimitato, formatosi dal fondersi dell’elemento calligrafico (incarnazione visiva della parola sacra), in quello vegetale. Le figure di animali che vediamo al centro del vaso dell’Alhambra, si inseriscono in questa visione di armonia incommensurabile della natura e il richiamo iconologico all’albero della vita e al giardino del profeta sembra evidente.

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Giardini del Generalife. Alhambra. Granada.

Non tutti sanno che in Sicilia esiste un parente stretto del vaso dell’Alhambra. Non si conosce la storia di come e da dove sia arrivato, ma pare che una volta stabilitosi sull’isola, il gigante siciliano avesse scelto come sua abitazione una chiesa di Mazara del Vallo (Tp). Oggi è esposto nel cortile di Palazzo Abatellis a Palermo. A differenza del cugino d’oltre mare, il palermitano d’adozione ha una decorazione fitomorfica, senza figure di animali. Inoltre, nonostante il vaso dell’ Abatellis sia più piccolo di diversi centimetri, il fatto che sia decorato in oro su fondo bianco- e il bianco, si sa, ingrassa – lo fa sembrare più grande. Ma questa è una mia suggestione, naturalmente, come è una mia personale fantasia il pensiero che avere tutte e due le ali intere possa contare qualcosa nella vita di un vaso e nei suoi spostamenti.

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Vaso tipo Alhambra, Palermo, Palazzo Abatellis. XII- XIV sec.

 

Il riferimento bibliografico per questo articolo è Ceramica nei secoli, di Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori, 1970. Le foto presentate, sono mie, esclusa quella del vaso dell’Alhambra, che proviene da questo sito qui e quella del vaso Abatellis, che mi è stata inviata dalla mia amica Margherita che ringrazio tantissimo.

 

Jacaranda-mimosifolia-cattedrale-Malaga-andalusia

Ore andaluse. Parte I.

« …andare per la Spagna è, per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze, di “cristallizzazioni”. E bastano i nomi: di paesi, di strade. Che sembra sentirli risuonare, nella lontana eco del tempo, …» (Ore di Spagna, L. Sciascia, ed. Contrasto, 2016).  

Il benvenuto di Malaga è un’ esplosione di blu in pieno giorno. La jacaranda, l’albero glicine che decora i parchi e le strade della città, al massimo della sua fioritura, occupa come una regina lo spettro visibile che sta tra il ciano e il violetto. Comincio la visita di questa città dall ‘Alcazaba (al-Qasba), l’antica cittadella dentro le mura voluta dai re del sultanato di Granada. Il suo colore camoscio si arrampica sulla collina dolcemente, avvinghiandosi al Gibralfaro. Funzionalità (difensiva in questo caso), governata dalla bellezza : è uno dei fondamentali dell’arte islamica.
L’Alcazaba è un buon inizio per conoscere da vicino il significato che ha avuto per la città la produzione della ceramica tra il XIII e il XV sec., ovvero durante il periodo in cui i musulmani Nazarí (o Nasridi), regnarono indisturbati nell’antica al-Andalus prima della reconquista da parte dei re cattolici. Nelle stanze del loro palazzo all’interno della cittadella, vi è un percorso didattico museale. Lo scopo è quello di apprendere l’uso del tornio e delle altre tecniche di lavorazione della ceramica e allo stesso tempo avere una visione della dimensione formale e funzionale, di altissima qualità, che spesso la frammentazione e la conservazione dei resti archeologici non sempre permettono. Come le pagine di un libro illustrato le superfici di questi oggetti, diventano dunque veicoli di trasmissione della cultura del popolo andaluso. I motivi decorativi seguono quattro matrici: quella geometrica, quella vegetale, quella calligrafica e quella figurata (animali in prevalenza). Quest’ultima, essendo nell’Islam vietata la rappresentazione delle figure nei luoghi destinati al culto religioso, si riserva prevalentemente a oggetti di uso quotidiano.
Tutte le decorazioni vengono eseguite in stili differenti, accordandosi all’evoluzione delle  mode, alle conoscenze dei materiali nuovi e delle tecniche più raffinate. Vediamo quali sono.

Decorazione sgraffiata.

È quella dalle radici più lontane nel tempo. Viene eseguita dipingendo grandi bande di bruno manganese sul pezzo di argilla color paglierino essiccato, ma non ancora cotto, sopra le quali viene inciso il motivo decorativo. Dopo la cottura il contrasto tra il nero del manganese e il chiaro del cotto sottostante producono un bell’effetto decorativo.

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Decorazione invetriata. 

In questo caso l’oggetto può essere o no inciso e coperto con uno strato di cristallina trasparente che durante la cottura, combinandosi con gli ossidi, per esempio di rame, può variare il suo colore.

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Decorazione in verde e manganese.

È eseguita cercando il massimo contrasto cromatico tra il bruno manganese e il verde ramina che vengono utilizzati per tracciare il disegno sopra un rivestimento di ingobbio (barbottina, argilla liquida) chiaro. Il tutto viene poi rivestito con una cristallina trasparente. Il risultato è un oggetto bianco luccicante con motivi testa di moro e verde rame.

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Il Lustro (ópera Malika).
È questa la produzione che rese Malaga celebre in tutto il Mediterraneo. “…apprezzata nel regno moresco di Granada, esportata in Sicilia, in Egitto (…), i lustri di Malaga furono importati in Inghilterra già nel 1303…” (Ceramica nei secoli, Robert J. Charleston, Arnoldo Mondadori, 1970). Monocromo o più di rado policromo sembra sia stata una tecnica prima usata nel vetro e poi traslata nella ceramica. Questa tecnica consiste nell’applicazione di ossidi metallici (per esempio rame per l’effetto oro e piombo per l’effetto argento), sul pezzo precedentemente già cotto e smaltato. Subendo una ulteriore cottura a temperatura più bassa gli ossidi si fondono creando colori iridescenti. L’uso del lustro permetteva di avere degli utensili d’oro e di argento senza trasgredire il precetto coranico che vietava l’ostentazione sfacciata della ricchezza.

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Decorazione dipinta.

La decorazione viene sempre eseguita sul pezzo crudo. Spesso è un motivo geometrico eseguito con il manganese e può non essere vetrificata. Dopo la cottura la linea di manganese, essendo un ossido, avrà comunque un riflesso metallico contrastante con lo sfondo opaco del cotto.

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Decorazione sigillata.

Questa decorazione viene eseguita mentre il pezzo da decorare è ancora non completamente essiccato. I motivi decorativi vengono infatti impressi sulla superficie, utilizzando un cilindro di legno intarsiato.

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Decorazione traforata.

Come nel precedente caso, il decoro viene eseguito ad una certa durezza dell’argilla (la famosa durezza cuoio), traforando con un punzone la superficie. Dalla combinazione degli spazi pieni e vuoti risulta un decoro che imita il merletto.

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A questo punto rimangono gli ultimi due stili di ceramica tipicamente andalusa, la mitica cuerda seca e l’arista. Ne parlerò in un altro momento, quando saranno le protagoniste in un’altra tappa del viaggio. È ora di vedere, invece, cosa fanno oggi gli eredi di questa grande tradizione artigiana. Lasciando la cittadella, costeggiando le mura, arrivo al teatro romano. Un’orda di ragazzini sembra incantata dai racconti di due attori in costume. Un bell’esempio da vedere di come si possa fare cultura divertendo i giovani spettatori.

Teatro-romano-Malaga

Di fronte la cattedrale, chiamata dai malaghegni La Manquita (monchetta)- per via del fatto che delle due torri campanarie previste ne fu terminata solo una- c’è una galleria  d’arte che si chiama Alfajar. C’è in mostra l’opera ceramica di Xavier Monsalvatje, un artista formatosi tra Valencia e Caldas de Rainha (Portogallo). Il suo progetto esposto in galleria si intitola Las ciudades discontinuas e comprende dei lavori su carta oltre che su ceramica. Le città di Xavier generano sull’uomo rapporti conflittuali, isolandolo progressivamente. Le sue composizioni mi ricordano in qualche modo Fernad Léger, anche lui tra le altre cose ceramista. Ma mentre in Léger la macchina viene esaltata come frutto del lavoro e dell’ingegno umano, nelle ceramiche di Xavier la macchina tormenta l’uomo e gli detta un nuovo deuteronomio laico, impartendo le leggi nella terra promessa tecnologica, costruita su stabilità precarie e solitudini.

Xavier-Monsalvatje-Las-Ciudades-discontinuas

F. Léger-I costruttori-1950-Xavier-Monsalvatje
F. Léger, I costruttori, 1950.

La galleria Alfajar ha una grande sala dedicata alla vendita di ceramiche artistiche.
Chiudo questa tappa andalusa con qualche immagine di queste nuove realtà malaghegne.

Bottiglie-piastrelle-verde-manganese-Alfajar-galleria-Malaga

Pesci-barchetta-su-onde-rosse-galleria-alfajar-Malaga

piastrelle-galleria-alfajar-malaga

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Suggestioni. Tex Willer a Corleone.

Il West di Tex Willer, la Malesia di Sandokan, l’India coloniale cantata da Rudyard Kipling e il Pacifico attraversato da Corto Maltese, sono stati dei veri passaporti per l’avventura, quando era il fumetto che permetteva di viaggiare a costi bassissimi. Scenari appena accennati, come il profilo di uno sperone, venivano completati dall’immaginazione nell’era in cui la reperibilità di documenti visivi era ridotta. Nel gioco del viaggiare attraverso i fumetti, avventuroso di per sé, io ero bravissima; cosicché, la mia idea di Arizona, poteva essere molto simile ai rilievi dell’Alto Belice Corleonese.
Inutile dire che valeva anche il contrario: se andavi a Corleone vedevi Tex in cima a Rocca Soprana.

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Corleone. Rocca Sottana. In cima vi è un monastero francescano.

Quando arrivo a Corleone è mattina presto. L’aria marzolina esalta i contrasti e le ombre del paesaggio. Insieme a un piccolo gruppo di amici, attraversiamo il centro abitato, sonnecchiante, racchiuso tra le due magnifiche rocche.

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Corleone. Rocca Soprana. In cima vi è una torretta di avvistamento saracena.

Il paese è ormai alle nostre spalle quando intravediamo il costone di roccia al di là del quale vi è il nostro West siciliano. Speroni di roccia giallo-verde di calcarenite si aprono come un sipario sul Parco fluviale delle due Rocche.

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Calcareniti mioceniche di Corleone
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Calcareniti mioceniche di Corleone
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Cascata delle Due Rocche.

La forra del parco fluviale, si è formata grazie all’azione erosiva del torrente San Lorenzo (o torrente Corleone), affluente del fiume Belice. In questo periodo dell’anno la cascatella compie il suo maestoso balzo con una portata d’acqua sufficiente a interpretare  le gole selvagge del Rainbow Canyon.

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Tex Willer. Pista Insanguinata. Collezione storica a colori.

Facciamo sosta all’ombra dell’antico acquedotto, proprio davanti alla cascata, per ammirarla meglio. Sul lato ovest della cascata, su due livelli, vi sono gli impianti di due antichi mulini. Si vedono tracce di restauri effettuati in passato e la conversione dei locali in area di ristoro, ormai nuovamente in abbandono. Peccato. Gli occhi ritornano un’ultima volta sulla cascata. Tex, intanto, si tuffa e scompare nello specchio d’acqua color smeraldo.

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Resti dell’antico acquedotto.

 

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Rocca Sottana Sketch.

 

Me and Gilles-Orso e bimba volano dentro una scatola-orso sui cieli di Londra-

L’invasione degli orsi di Londra.

Quando lavoro su una cosa, per quanto io me ne voglia poi allontanare, per un po’ lei mi segue, e finisco sempre per incontrarla ovunque. Se, per esempio, sto lavorando sugli orsi, allora vedrò orsi dappertutto. Perfino durante la vacanza della scorsa settimana, a Londra e a Oxford, ho visto orsi. Una vera e propria invasione di orsi londinesi visiva.
Il simbolismo dell’orso è un tema molto affascinante, vasto e ricco di contraddizioni, non potevo scrollarmelo di dosso facilmente. Simbolo duplice, nell’orso convivono gentilezza e ferocia, malvagità e amore per la prole, insieme ad altre innumerevoli dicotomie (1). Da queste coppie di opposti si generano fiumi di miti e leggende che riguardano praticamente tutti i popoli del pianeta. La traversata di questo mare sarebbe impossibile da riassumere qui, perciò sbircio solamente dentro la parentesi anglosassone, dove l’orso simboleggia la forza e quindi la classe guerriera. Lo stesso re Artù, d’altronde, conserva l’orso nel suo nome. Nell’etimologia greca del nome Arturo, àrktos vuol dire orso e Atkturòs significa proprio il custode dell’Orsa. Artù è l’emblema del monarca ideale sia in tempo di pace che in tempo di guerra (2). Il filo che lega l’orso a tutta la Gran Bretagna, sgarbugliato dalla complessa matassa di narrazioni, arriva ai nostri giorni, rivelandomi quanto gli inglesi amino molto questo animale. Il totem ursino sulla cura della prole è tutto nel Teddy Bear che gli inglesi regalano ai propri figli. Immagino altri totem presenti nella loro letteratura per l’infanzia, da Winnie the Pooh a Paddington e Ruppert, sono tantissimi. Camminando per le strade di Londra ora li vedo, saltati fuori dai libri, occupare le vetrine dei negozi. Travestiti da vigili urbani o da Beefeaters (nomignolo dei custodi della torre di Londra), si sono trasformati in portachiavi e altri discutibili souvenir. Ma al Victoria & Albert Museum ne scopro una coppia bellissima che gioca.  Erano venuti qui a Londra dal Giappone per rappresentare il loro paese all’esposizione anglo-giapponese del 1910 e sono rimasti lì. L’artigiano è stato un vero maestro nel tirarli fuori da un unico blocco di ferro.

Coppia di orsi che giocano- Muneyoshi- Yamada Chozaburo-1910-Victoria&AlbertMuseum.
Victoria & Albert Museum. Coppia di orsi che giocano. Muneyoshi, Yamada Chozaburo 1910.

Sapevo, prima di partire, che nei dintorni di Buckingham Palace avrei potuto vedere diverse gallerie d’arte molto interessanti, ma che al civico 22 di Bury Street ce ne fosse una che in questo periodo dedica un’intera mostra agli orsi non potevo saperlo. L’Illustration Cupboard è una galleria specializzata, dove si trovano molti “originali” di illustratori famosi e libri illustrati pregiati. L’ambiente è molto piccolo ma è visitabile gratuitamente e guardare da vicino un Sendak è una piccola gioia.

The Illustration Cupboard gallery.
The Illustration Cupboard gallery. 22 Bury St, London SW1Y 6AL.
L'Illustration Cupboard gallery. Interno.
L’Illustration Cupboard gallery. Interno.

Fino all’11 Marzo c’è una mostra celebrativa dell’orso nei libri per l’infanzia. Ci sono altri eventi interessanti in programma per tutto l’anno (informazioni qui).

David McKee. Illustrazione trattta da 'Elmer and the big bird.
David McKee. Illustrazione tratta da ‘Elmer and the big bird’.
Anthony Browne. Illustrazione tratta da 'Me and you'.
Anthony Browne. Illustrazione tratta da ‘Me and you’.
Anita Jeram. Illustrazione tratta da 'You're All My Favourites'.
Anita Jeram. Illustrazione tratta da ‘You’re All My Favourites’.
Maurice Sendak. Illustrazione tratta da 'Where The Wild Things Are'.
Maurice Sendak. Illustrazione tratta da ‘Where The Wild Things Are’.

Cerco di fare una gita fuori Londra quando è possibile. E poi devo sfuggire a tutta questa orda di orsi! Questa volta sono andata a Oxford. È stata una giornata memorabile, perché il bello del viaggiare, secondo me, oltre a cose e posti nuovi, sono le persone che incontri; sono loro a toglierti dal naso gli occhiali del turista. In questo tempo in cui non c’è più molto da scoprire, geograficamente parlando, e le città si assomigliano tutte un po’, le scoperte vere sono quelle umane. Ti regalano  la cartolina più bella e più autentica del luogo, in definitiva. Rivedo una carissima amica che mi fa conoscere alcune persone interessanti. Giriamo insieme la città. Facciamo una visita velocissima a una delle biblioteche più importanti e più antiche del mondo: la Bodleian Library. Nell’estensione di questa biblioteca, un nuovo palazzo che hanno chiamato Biblioteca Weston, ho potuto ammirare dei veri e propri tesori come il più antico frammento scritto del Fedone di Platone, l’Astronomicum Caesareum, il manoscritto originale della Metamorfosi di Kafka e un’antica edizione di Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll.

Lewis Carroll (Charles Dodgson), illustrato da John Tenniel. Through the looking glass (Attraverso lo specchio). (London: Macmillan, 1872). Weston Library (formerly the New Bodleian).
Lewis Carroll (Charles Dodgson), illustrato da John Tenniel. Through the looking glass (Attraverso lo specchio). (London: Macmillan, 1872). Weston Library (New Bodleian).

Poi proseguiamo la visita della città, finché non raggiungiamo l’immancabile tazza di tè con scones al Vaults & Garden Cafe (3). Intanto un sipario di luce rosata comincia a calare dal cielo di Oxford. La mia amica mi fa un regalo inaspettato prima di salutarci: una visita al  Pembroke College. Io non sapevo che Tolkien avesse avuto l’ufficio proprio qui! Insomma, lei me lo mostra e mi fa fare un bel giro per tutto il College.

Office- Tolkien- Pembroke College- Oxford
Cortile del Pembroke College. La freccia rossa indica la finestra dell’ufficio di Tolkien.
Pembroke College- Oxford- Tolkien
Altro cortile di Pembroke College.

Eh già! L’atmosfera è proprio quella lì, quella del maghetto famoso di un’altra storia fantasticaIntanto il rosa del cielo è svanito nel fitto buio delle strade di questa deliziosa città. È ora di tornare a Londra e poi a casa. Ma gli orsi? Che fine hanno fatto gli orsi? Beh, l’ultimo avvistamento è stato all’Ashmolean Museum, il più antico museo pubblico di Oxford e del mondo. Li abbiamo lasciati dentro al bosco incendiato di Piero di Cosimo, dove hanno rischiato, poverini,  una morte orribile. Fonti certissime però ci dicono che poi si siano salvati.

Piero di Cosimo-Incendio nella foresta- Ashmolean Museum- Oxford.
Piero di Cosimo (1462- 1522), L’incendio nella foresta. Ashmolean Museun di Oxford.
Sketch in clay-puttino-bimbo in plastilina-plastilina degas 30

Un cappello di plastilina per una illustrazione.

Da qualunque parte arrivi, da un racconto o da un sogno, il personaggio di una storia vive nella mia mente. Il problema è tirarlo fuori da lì. Se devo illustrarlo non lo trovo subito a portata di matita, lo penso bello e fatto di argilla che si muove,  piuttosto. Fa parte del mio modo di vedere le cose, di esplorare il mondo, in definitiva. Percorrere strade tortuose che fanno arrivare magari in ritardo all’obbiettivo, dona sempre delle sorprese, e perdersi un po’, certe volte, fa bene.

Edward De Bono nel 1967 ha inventato il concetto di “pensiero laterale”, ed è celebre per i suoi metodi di problem solving, specie quello dei “Sei cappelli per pensare” (sei differenti metodi che si possono usare, singolarmente o combinati, in un contesto di risoluzione dei problemi). I sei cappelli, distinti dal colore, rappresentano i seguenti tipi di pensiero:

Bianco: Riunire le informazioni, i dati di fatto.

Verde: Esplorare e generare idee senza censure.

Giallo: Valutare i punti di forza e i benefici di ciascuna opzione.

Nero: Valutare i punti deboli e i rischi di ciascuna opzione.  

Blu: Mantenere una visione d’insieme dello stato del lavoro e focalizzarsi sul processo nella sua interezza.

Rosso: Esprimere punti di vista frutto dell’intuito e delle emozioni, privi di una logica predefinita.∗

∗ Pag.13 di Professione illustratore, Andrew Hall, edito in Italia dal 2011 da Logos.

Ah, i manuali del campo creativo! Fanno la fortuna di chi sa denominare ed elencare certe consuetudini, istintive per quelli come me, al ritmo del “se vuoi una vita creativa devi viverla”!
Ehi, grazie tante, non ci avevo proprio pensato!

Scopro così che il cappello verde è il mio preferito da sempre e non sapevo di indossarlo,  neanche quando sono uscita per comprare una confezione di plastilina Degas N°30.

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